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LA CROCE, ESPRESSIONE DELL’AMORE

Oggi vorrei riflettere con voi su un simbolo che, per i cristiani, riassume tutta la fede: la croce. La croce non è semplicemente un oggetto religioso o un gioiello. È il simbolo dei cristiani, il segno di un amore che arriva fino al dono totale di sé.
Non possiamo pensare Gesù senza la croce. La sua vita, le sue parole, i suoi gesti di misericordia trovano sulla croce il punto più alto. Lì vediamo un amore che non si arrende davanti al dolore, che non risponde al male con il male, ma perdona. Per questo la croce non è solo strumento di morte: è diventata per noi albero di vita, porta di speranza.

A partire da questa esperienza, il perdono assume un volto concreto. Perdonare non significa dimenticare il male ricevuto, né dire che non è importante. Perdonare riguarda la cura delle persone: significa liberare il cuore dal rancore, cercare la guarigione delle ferite, ricostruire ciò che è rotto. È un amore che soffre, perché il perdono costa; ma è anche l’eroismo dell’amore, perché sceglie il bene anche quando sarebbe più facile odiare.

Personalmente, quando faccio il segno della croce, non compio un gesto automatico. È un riconoscimento della comunità religiosa cristiana: mi ricorda che appartengo a una famiglia di credenti, che professa il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il segno della croce è come una piccola professione di fede quotidiana: mi segna la fronte, il cuore, le spalle, e mi affida a Dio.

Nella mia esperienza, la croce è espressione dell’amore. Non è un simbolo di tristezza, ma di donazione. Mi insegna che amare non è solo provare sentimenti buoni; è servire, ascoltare, perdonare, restare vicino a chi soffre. Ogni volta che vedo una croce, sorge in me la domanda: sto amando come Cristo? Sto curando le persone o le sto giudicando? Sto portando la mia croce con pazienza e con speranza?
Concludo con una riflessione. La croce ci ricorda che l’amore vero passa attraverso la sofferenza, ma non finisce in essa. Chi ama sul serio sa perdonare; chi perdona sa prendersi cura; chi si prende cura rende visibile Dio. Per questo, per i cristiani, la croce non è un segno di sconfitta, ma la più grande espressione dell’amore.

Decidere con i dati, non alla cieca

Parlo come cittadino, non come tecnico o politico. Pago le tasse, uso i servizi, leggo i bandi, aspetto le opere pubbliche. E da questa posizione vedo una cosa semplice: la competenza amministrativa non è un lusso. È la capacità di leggere i dati, fare valutazione tecnica, programmare e spendere. Senza queste quattro gambe, anche il progetto più bello resta fermo.

Oggi molte opportunità arrivano da fondi europei, PNRR, bandi regionali. Per realizzare un progetto finanziato non basta conoscere le norme. Serve saper costruire un quadro economico, rispettare i cronoprogrammi, rendicontare, monitorare, spendere entro le scadenze. Sono competenze spesso diverse da quelle giuridiche. Il giurista dice se una cosa si può fare. Il buon amministratore dice come farla, con quali risorse, in quanto tempo, con quali risultati. Se manca questa seconda parte, il finanziamento si perde. E il cittadino non vede né l’opera né il servizio.

Ma c’è un punto ancora più delicato: la fiducia tra politica e dirigente dell’amministrazione pubblica. Se la politica non si fida del dirigente, tende a decidere da sola. Se il dirigente non si fida della politica, si chiude nella difesa formale. In mezzo, spariscono i dati e le informazioni. Si assumono decisioni senza numeri, senza valutazioni tecniche, senza una vera programmazione. Si decide sull’onda del titolo, del like, dell’emergenza mediatica. E la burocrazia, dal canto suo, può rallentare tutto con atteggiamenti difensivi. Così i tempi della politica mediatica e i tempi della burocrazia non si incontrano: producono decisioni alla cieca.

Da cittadino, non chiedo che la politica diventi tecnica e nemmeno che la burocrazia diventi politica. Chiedo un patto di fiducia e competenza. La politica indichi le priorità e assuma la responsabilità delle scelte. I dirigenti dicano con chiarezza cosa è fattibile, con quali dati e quali costi. Insieme rendicontino al cittadino: obiettivi, tempi, spese, risultati. Dati aperti, tavoli stabili, responsabilità chiare.

Perché se politica e amministrazione non si parlano, a rimetterci non è solo un progetto. È la fiducia nelle istituzioni. E il cittadino paga due volte: con le tasse e con la delusione.

Chi sono i Maestri del Lavoro


I Maestri del Lavoro sono coloro che vengono decorati con la “Stella al Merito del Lavoro” che comporta il titolo di “Maestro del Lavoro”.
La decorazione è conferita con Decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale e per quelle riservate ai lavoratori all’estero, di concerto con il Ministro degli Affari Esteri.
La decorazione è concessa a coloro che abbiano compiuto i 50 anni di età, abbiano prestato attività lavorativa ininterrottamente per almeno 25 anni alle dipendenze di una o più Aziende e possano vantare almeno uno dei seguenti titoli:

1)   si siano particolarmente distinti per singoli meriti di: perizia, laboriosità e di buona condotta morale. 
–  perizia: perfezionare giorno dopo giorno ed ogni giorno di più la propria professionalità, le proprie cognizioni, i propri rapporti umani, ponendoli al servizio delle proprie capacità, rendendosi in grado, in ogni momento, di affrontare e risolvere i quesiti anche ardui che possono essere prospettati o prospettarsi.
– laboriosità: produrre un impegno notevole, continuo, progressivo; vivere, generare il lavoro con amore, tenacia, disciplina e dedizione. 
– buona condotta morale: elemento di base connaturato in ciascuno anche se sempre suscettibile di miglioramento.
Lo sviluppo armonico dei tre requisiti potrebbe essere sintetizzato nella frase:“ Essere di esempio, incitamento, insegnamento agli altri.
2)   abbiano, con invenzioni od innovazioni nel campo tecnico e produttivo, migliorato l’efficienza degli strumenti, delle macchine e dei metodi di lavorazione;
3)   abbiano contribuito in modo originale al perfezionamento delle misure di sicurezza del lavoro;
4)   si siano prodigati per istruire e preparare le nuove generazioni nell’attività professionale.