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ASSEGNO SOCIALE 2026 PER CHI NON HA MAI LAVORATO

L’Assegno sociale 2026 per chi non ha mai lavorato

Oggi parliamo di una misura di sostegno economico che spesso viene confusa con la pensione, ma che in realtà è pensata proprio per chi, arrivato a una certa età, non ha una storia lavorativa alle spalle. Mi riferisco all’Assegno sociale. Molti credono che senza aver mai versato contributi non si abbia diritto a nulla, ma non è così.

Partiamo da una domanda fondamentale: cos’è l’Assegno sociale? Non è una pensione, ma una prestazione assistenziale erogata dall’INPS. La sua funzione è quella di garantire un reddito minimo a chi si trova in condizioni economiche disagiate. La cosa importante da sapere è che non richiede alcun requisito contributivo: possono accedervi anche coloro che non hanno mai lavorato, come molte casalinghe, o chi ha versato contributi insufficienti per una pensione ordinaria. L’elemento determinante, quindi, non è il passato lavorativo, ma il reddito e l’età.

Vediamo i requisiti principali per il 2026. Innanzitutto, l’età: bisogna aver compiuto 67 anni. Poi c’è il reddito. Il limite annuo è di 7.101,12 euro per chi non è coniugato, e sale a 14.202,24 euro per chi è coniugato, considerando in questo caso anche i redditi del coniuge. Attenzione: se il reddito è presente ma rimane sotto queste soglie, l’assegno viene riconosciuto in misura ridotta, in modo da integrare il reddito fino al limite stabilito. Ci sono poi altri requisiti: la cittadinanza italiana o equiparata, la residenza effettiva in Italia e, per i cittadini stranieri, almeno 10 anni di soggiorno legale e continuativo nel Paese.

Arriviamo ora all’importo. Per il 2026, l’Assegno sociale ammonta a 546,24 euro al mese, corrisposti per 13 mensilità. Questo importo non è soggetto a trattenute IRPEF ed è stato adeguato all’inflazione rispetto all’anno precedente. È importante sottolineare che l’assegno non è esportabile: se si risiede all’estero per più di 29 giorni, la prestazione viene sospesa, e se la sospensione si protrae per oltre un anno, viene revocata.

Infine, come si richiede? La domanda va presentata all’INPS. Dal 15 giugno 2026 è disponibile una procedura online aggiornata sul sito dell’INPS, accessibile con SPID, CIE o CNS. In alternativa, ci si può rivolgere ai patronati o al Contact Center al numero verde 803 164. Una novità importante è la campagna proattiva: l’INPS contatta direttamente i potenziali beneficiari che hanno fornito il consenso, inviandoli a presentare domanda.
L’Assegno sociale rappresenta una rete di sicurezza fondamentale per chi, senza colpa, non ha maturato una pensione. Non è un premio per chi ha lavorato, ma un diritto per chi si trova in una condizione di bisogno economico dopo i 67 anni. Se conoscete qualcuno che potrebbe rientrare in questi requisiti, informarlo può fare una grande differenza.

ALIMENTAZIONE CONSAPEVOLE NELLA TERZA ETÀ

 “Alimentazione Consapevole nella Terza Età”

Oggi mi è stato chiesto di condividere alcune riflessioni su un tema che ci tocca molto da vicino: l’importanza di una corretta alimentazione per noi persone over 60.

Mangiare bene non è solo una questione di piacere, ma diventa sempre di più uno strumento fondamentale per preservare la nostra salute, la nostra energia e la nostra autonomia. Ma come orientarsi tra tante informazioni contrastanti? Quali sono i fattori che davvero influenzano le nostre scelte a tavola?

Il primo, e forse il più importante, sono i nostri gusti personali. La tavola è anche piacere e ricordi. È giusto assecondarli, ma con intelligenza, magari reinterpretando una ricetta tradizionale in modo più leggero, usando erbe aromatiche al posto del sale o cucinando con metodi più salutari come il vapore o la griglia.

Poi, dobbiamo considerare l’età. Il nostro corpo cambia: il metabolismo rallenta, la massa muscolare tende a diminuire e le esigenze nutrizionali sono diverse. Abbiamo bisogno di meno calorie, ma di più nutrienti essenziali. Proteine per mantenere la forza muscolare, calcio e vitamina D per le ossa, fibre per l’intestino e tanta acqua per idratarci, perché la sensazione di sete spesso si attenua.

Anche il tempo a disposizione e la durata della nostra vita influenzano le scelte. La pensione può portare più tempo libero, che possiamo dedicare a fare la spesa con calma, a cucinare per noi stessi, a preparare piatti sani e gustosi. D’altro canto, a volte la solitudine o la poca voglia di cucinare per una persona sola possono portare a tralasciare i pasti. È qui che dobbiamo essere creativi: coinvolgere amici per un pranzo insieme, preparare porzioni più grandi e congelarle, o semplicemente apprezzare la semplicità di un piatto unico bilanciato.

Con tutti questi fattori in gioco – gusti, età che avanza, e organizzazione del tempo – è facile sentirsi un po’ confusi.

Proprio per questo, affidarsi all’esperienza e alle conoscenze di un nutrizionista è la strada vincente. Un esperto non ci impone una dieta rigida e noiosa. Al contrario! Ci ascolta, capisce le nostre abitudini, i nostri bisogni specifici e le nostre eventuali patologie, e ci aiuta a costruire un percorso alimentare su misura per noi. È una guida che ci permette di muoverci in questo mondo in modo sicuro e consapevole, trasformando il pasto da potenziale problema in un alleato potente per il nostro benessere.

Investire sulla nostra alimentazione, magari con il supporto di un esperto, non è una spesa, ma il miglior investimento per continuare a vivere questi anni con energia, vitalità e gusto.

PREVENIRE EVENTI METEOROLOGICI

Buongiorno a tutti. Abito in  uno dei paesi alle pendici dell’Etna. Qui la montagna è parte della nostra vita: ci regala paesaggi, tradizioni, lavoro e identità. Ma l’Etna non è solo lava e cenere. Con i suoi versanti ripidi, i torrenti e le strade che in pochi minuti possono trasformarsi in fiumi, è anche un territorio esposto a eventi meteorologici estremi. Oggi vorrei parlarvi proprio di questo: delle “bombe d’acqua” e di come possiamo difenderci.

La previsione meteorologica è fondamentale. Oggi abbiamo radar, satelliti, modelli e allerte della Protezione Civile. Tuttavia, una bomba d’acqua è un fenomeno molto localizzato: può scaricare in pochi minuti tanta pioggia quanta ne cade normalmente in un mese, su un’area ristretta. Spesso non sappiamo con precisione dove colpirà, il Paese la frazione accanto o una zona a monte. Quindi la domanda non è solo “che tempo farà?”, ma “siamo pronti se accade?”.

La difesa più efficace è la preparazione. Prima di tutto la prevenzione: pulire caditoie e canali, non costruire in aree a rischio, rispettare i piani urbanistici e conoscere le mappe di pericolosità. Nei nostri paesi, dove le strade sono strette e le pendenze forti, ogni tombino ostruito può fare la differenza. Poi c’è l’organizzazione dell’emergenza: un piano comunale chiaro, sistemi di allerta come IT-alert, sirene, messaggi, gruppi di volontari, percorsi sicuri e punti di raccolta. È importante sapere chi fa cosa: Sindaco, Protezione Civile, Forze dell’ordine e volontari.

Infine, la diffusione delle corrette norme di comportamento. Durante un’allerta: non uscire se non è necessario, allontanarsi da torrenti e sottopassi, non attraversare strade allagate, salire ai piani alti, staccare la corrente se l’acqua entra e chiamare il 112 solo per vere emergenze. Dopo: seguire solo fonti ufficiali, non diffondere notizie false e aiutare chi è in difficoltà. Prima: preparare un kit con acqua, torcia, radio, medicinali e documenti.

Da parte nostra, come cittadini dobbiamo  conoscere il piano di Protezione Civile, riuscire a partecipare alle esercitazioni e a parlarne con amici e famiglia. Perché la memoria delle alluvioni passate non basta: serve una cultura del rischio, costruita ogni giorno, a scuola, in famiglia, nei bar e nelle piazze.

La previsione ci aiuta, ma non può garantirci che saremo al sicuro. La nostra vera arma è la preparazione. Se ognuno di noi sa cosa fare, quando farlo e dove andare, allora anche una bomba d’acqua potrà trovarci meno preparati.

I GIACIMENTI DEL GUSTO

“I giacimenti del gusto e l’identità immateriale: il ruolo della cucina verghiana nella storia di Aci Trezza”

Oggi vi invito a percorre un viaggio nel tempo e nel gusto, in un luogo dove il mare non è solo paesaggio, ma è memoria liquida, e dove ogni piatto racconta una storia che affonda le radici nel mito, nella letteratura e nella fatica quotidiana degli uomini. Vi parlo di Aci Trezza.
Aci Trezza, caratteristico borgo marinaro della costa orientale della Sicilia, a pochi chilometri da Catania, è un luogo che ha ispirato Omero, Giovanni Verga e Luchino Visconti. 
È il paese dei Malavoglia, è la terra dei Ciclopi, è il porto dove ancora oggi, all’alba, i pescatori riparano le reti con tecniche immutate da secoli. Ma è anche, e forse soprattutto, un giacimento del gusto. Un deposito di sapori che non si trovano altrove, perché nascono da un incontro irripetibile tra lava, mare, vento e memoria.
Quando parlo di “giacimenti del gusto” non uso una metafora casuale. 
Infatti, ad Aci Trezza il gusto è stratificato, come le rocce vulcaniche dei Faraglioni. Ogni strato racconta un’epoca: gli antichi Greci che vedevano in quegli scogli i massi lanciati da Polifemo contro Ulisse; i pescatori che per secoli hanno tratto il sostentamento dal mare; i contadini che hanno coltivato limoni e pistacchi sulle pendici dell’Etna; e poi i letterati, i registi, i viaggiatori che hanno trasformato questo borgo in un’icona. Il cibo è il filo che tiene insieme tutte queste storie.
Cominciamo dal mare. Il mare di Aci Trezza  è il mare dello Stretto di Messina, un mare profondo, ricco di correnti, popolato da specie che altrove sono scomparse. Il re indiscusso di queste acque è il pesce spada. Ad Aci Trezza il pesce spada è, oggi,  un alimento – simbolo. È l’emblema della tradizione lavorativa su cui si fonda da secoli l’economia del villaggio. Le “spadare”, le imbarcazioni storiche con cui i pescatori “trezzoti” solcano le onde all’alba, sono ancora oggi il cuore pulsante del porto. E ogni anno, a giugno e luglio, la Sagra del Pesce Spada celebra questo legame con una festa che compie ormai più di trent’anni. 

E poi ci sono i sapori dimenticati. Ad Aci Trezza, come in tutta la Sicilia, la memoria del mare non è fatta solo di pesce spada. È fatta anche di quelle specie che un tempo sfamavano i pescatori e che oggi rischiano di scomparire dalle tavole. 
Parlo del pesce “negletto”, ovvero il pesce povero, quello che viene definito “trascurato, non preso in considerazione”. Talvolta ad Aci Trezza, vengono organizzati eventi per riscoprire questi pesci “dimenticati”, riattivando così la memoria marinara attraverso storie di pescatori e cucina domestica. Ecco, questo è un “giacimento del gusto”: non solo ciò che si mangia, ma ciò che si ricorda di aver mangiato.

Ma Aci Trezza non è solo mare. La terra che circonda il borgo, le pendici dell’Etna, è altrettanto generosa. I limoni, gli agrumi, i pistacchi, le olive, i formaggi, i salumi: sono tutti prodotti che compaiono nelle cucine “trezzote” e che raccontano una Sicilia contadina accanto a quella marinara. E poi c’è il pane. Il pane cunzato, una pagnotta croccante farcita con acciughe, pomodori e caciocavallo locale, questo è un cibo che i turisti non conoscono, è il cibo per chi vive in questo luogo. Ed è proprio per questo che sa di memoria.

E arriviamo alla letteratura. Perché ad Aci Trezza il cibo non è mai solo cibo. È letteratura. Giovanni Verga, ne I Malavoglia, racconta la vita di questa famiglia di pescatori con una precisione che è anche gastronomica. 
I pasti dei Malavoglia sono fatti di pane raffermo, verdure, pesci quasi da buttare. 
È una cucina povera, di sopravvivenza, fatta di ingredienti umili come fave, cipolle, pesce azzurro, olio d’oliva. Ma è proprio in questa povertà che risiede la sua ricchezza. Quegli alimenti, infatti, rappresentano oggi dei veri e propri “fossili viventi”, ricette antichissime che il tempo non ha scalfito. 
In un mondo che cambia, la cucina resta un ancoraggio all’identità.

 Mangiare la zuppa di fave, il pane con le cipolle, le acciughe sotto sale, significa ribadire la propria appartenenza ad una comunità, ad una storia, ad un modo di vivere che è minacciato dall’esterno. Sono cibi-simbolo di una cultura che resiste al cambiamento e all’omologazione e che oggi riscopriamo come patrimonio. 
Ed è  proprio da questa consapevolezza che nasce “Itinerari del gusto della riviera dei Ciclopi”, un evento che  anima il borgo di Aci Trezza celebrando il legame tra l’opera di Verga e le eccellenze enogastronomiche locali. L’evento trasforma la memoria storica in un volano per il turismo e l’economia del territorio, valorizzando quei prodotti “poveri” che un tempo sfamavano i pescatori di Padron ‘Ntoni e che oggi vengono riscoperti per le loro proprietà. 

IL VINO SENZA ALCOL

Il vino senza alcol non è un vino a metà

Oggi vorrei parlare di una convinzione che, secondo me, merita di essere sfatata: il vino senza alcol.
A molti “vino senza alcol” suona come “caffè decaffeinato”. Buono, sì, ma con l’idea che manchi qualcosa. La verità è un’altra. Un vino dealcolato non è un vino a cui manca qualcosa: è vino vero, a cui viene tolto solo l’alcol, conservando profumi e carattere. Il risultato è un calice fresco e aromatico, che ti lascia la testa lucida per domani.

Perché è importante? Perché spesso giudichiamo il senza alcol come una rinuncia. In realtà è una scelta. Se devo guidare, se dopo l’estate cerco leggerezza, o semplicemente se mi va di bere bene senza pensarci troppo, il dealcolato risponde a un’esigenza concreta. Non rinuncio al rito del vino: al colore, al profumo, al gusto, alla compagnia. Rinuncio solo all’alcol. E non è poco: è esattamente ciò che serve in tanti momenti.

Ho capito che non è un ripiego per chi non può bere, ma un’opzione in più per chi vuole bere meglio. Con un calice in mano, la serata resta conviviale; la differenza è che il giorno dopo sei lucido, riposato, presente.

Certo, non tutti i dealcolati sono uguali. La qualità si sente: un buon vino senza alcol conserva acidità, aromi, struttura. Per questo va scelto con cura, servito alla temperatura giusta, magari in un bel bicchiere. Non serve trattarlo come un surrogato. Va trattato come vino.

In conclusione, diciamolo senza pregiudizi: il vino senza alcol non è un vino a cui manca qualcosa. È vino vero, a cui si toglie l’alcol e si lascia il piacere. Fresco, aromatico, e con la testa lucida per domani. Se non l’avete mai provato, fatelo: potrebbe sorprendervi.



IL MENÙ DEL FUTURO

Oggi vi parlo de Il Menù del Futuro, un progetto che entra direttamente in cucina e nasce dal movimento continuo della ristorazione, dove ogni novità è insieme sfida e opportunità.

Noi sommelier lo sappiamo: un menù non è un elenco di piatti. È una mappa. E Il Menù del Futuro, realizzato e arricchito dalle idee di chef ed esperti enogastronomi protagonisti della cucina contemporanea, è una mappa speciale: un vero mosaico di ricette, pensieri e storie.

Da sommelier, il mio sguardo parte dal calice, ma arriva al cuore della cucina. In cucina si decide il ritmo del racconto: la materia prima, la stagionalità, la tecnica, la sostenibilità. In sala, e spesso accanto al piatto, io cerco il filo che unisce quel racconto al vino. Il futuro non cancella la tradizione: la interpreta. Così, nel Menù del Futuro, trovo vini da vitigni resistenti, fermentazioni spontanee, anfore, macerazioni brevi, bollicine artigianali, ma anche pairing senza alcol, infusi, kombucha, cocktail analcolici. Perché l’esperienza del gusto deve essere inclusiva e accessibile.

Il mio compito è tradurre in emozione ciò che lo chef esprime in cucina. Un piatto affumicato? Un bianco macerato, sapido, con tensione. Una carne arrosto? Un rosso elegante, non necessariamente potente. Un dessert alle erbe? Un passito, un vermouth o un tè fermentato. Il futuro del servizio è personalizzazione: ascoltare, osservare, adattare. La tecnologia ci aiuta — carte digitali, QR code, intelligenza artificiale per suggerimenti — ma non sostituisce l’intuizione umana, l’assaggio, la memoria.

Il Menù del Futuro è quindi un mosaico vivo: ogni ricetta è una tessera, ogni pensiero è collante, ogni storia è colore. E il sommelier è uno degli artigiani che mette insieme queste tessere, perché ogni piatto trovi il suo vino e ogni vino trovi la sua voce.
Il Menù del Futuro non è un catalogo da sfogliare, ma un invito a costruire una ristorazione più consapevole, creativa e umana. Radici forti, sguardo lungo. Al Menù del Futuro: che sia un viaggio in cui cucina e vino camminano insieme, per emozionare senza mai dimenticare la terra e le persone.

GIOVANI,  MEZZOGIORNO E LAVORO

Giovani, Mezzogiorno e lavoro: una scommessa che non può restare retorica

In questi mesi il dibattito politico sembra voler scommettere sui giovani: si discute di taglio delle tasse, di Reddito di dignità, di incentivi all’assunzione. Sono segnali importanti, ma se restano misure isolate rischiano di essere solo annunci. Perché senza una vera strategia per il Mezzogiorno, l’emigrazione e l’occupazione femminile resteranno emergenze irrisolte.

Partiamo da un dato reale. Nel Sud, troppi giovani sono costretti a scegliere tra restare e rinunciare alle proprie ambizioni, oppure partire e costruire altrove il proprio futuro. Non è solo una questione economica: è una ferita sociale e demografica. Ogni ragazzo o ragazza che parte porta con sé competenze, energia, natalità, speranza. E il Paese perde due volte: perde oggi il loro contributo e domani la possibilità di una crescita più equa.

Il taglio delle tasse può aiutare, ma da solo non basta. Se non è accompagnato da servizi, infrastrutture, trasporti, banda larga, asili nido e politiche industriali, rischia di diventare un beneficio temporaneo. Allo stesso modo, il Reddito di dignità può rappresentare una rete di sicurezza, ma non può trasformarsi in una misura assistenziale permanente. La dignità non si difende solo con un sussidio: si difende con un lavoro stabile, formativo, ben retribuito.

E qui emerge il secondo nodo: l’occupazione femminile. In molte regioni del Mezzogiorno il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro resta tra i più bassi d’Europa. Troppe donne sono costrette a scegliere tra famiglia e carriera, tra cura e professione. Senza asili nido accessibili, congedi parentali equi, orari flessibili e incentivi reali per le imprese, ogni promessa sui giovani resta incompleta. Perché non c’è sviluppo senza le donne. Non c’è Mezzogiorno senza le donne.

Servono, quindi, tre scelte coraggiose. Prima: una strategia nazionale per il Mezzogiorno, con risorse stabili e obiettivi verificabili, non spot elettorali. Seconda: un patto per il lavoro giovanile e femminile, che leghi sgravi fiscali ad assunzioni stabili, formazione continua e salari adeguati. Terza: investimenti in servizi essenziali — scuole, sanità, trasporti, digitalizzazione — perché senza queste basi nessuna impresa può crescere e nessun giovane può restare.

In conclusione, scommettere sui giovani non significa solo tagliare tasse o introdurre un reddito. Significa dare loro un progetto credibile qui, nel Sud come nel resto d’Italia. Significa garantire alle donne pari opportunità e ai territori infrastrutture e servizi. Altrimenti continueremo a parlare di giovani mentre li vediamo partire. E continueremo a chiamare emergenza ciò che in realtà è una scelta politica mancata.


IL SILENZIO DEI SAGGI E IL RUMORE DEGLI INCIVILI

Oggi vorrei condividere con voi una riflessione che nasce da un pensiero che ho letto di recente e che mi ha colpito profondamente. Dice così: “Stiamo vivendo in un’epoca in cui le persone con buonsenso, colte e ben educate devono parlare di meno per non offendere gli ignoranti e gli incivili, che inoltre, anziché essere umili, sono superbi, aggressivi e irrispettosi.”

Questa frase fotografa una realtà che, purtroppo, vedo accadere sempre più spesso nella nostra società.
Viviamo in un tempo in cui sembra che la civiltà sia diventata un difetto. Le persone che hanno buonsenso, che studiano, che si informano e che si comportano con educazione, spesso si trovano costrette a fare un passo indietro. Perché? Per non urtare la sensibilità di chi non ha gli stessi strumenti culturali, ma soprattutto di chi non ha rispetto.
È un paradosso doloroso: chi dovrebbe guidare il dibattito pubblico, chi potrebbe offrire soluzioni ponderate, si ritira nel silenzio. Dall’altra parte, invece, troviamo l’ignoranza che urla. L’inciviltà non conosce l’umiltà; al contrario, si veste di superbia. L’aggressività diventa quasi una forma di potere, uno strumento per zittire gli altri. E così, chi è educato si ammutolisce, mentre chi è irrispettoso occupa tutta la scena.
Personalmente, mi sono ritrovato molte volte in questa dinamica. Quante volte ho preferito tacere, evitando di esprimere la mia opinione per paura di scatenare una reazione spropositata? Quante volte ho visto persone colte e gentili essere derise proprio per la loro gentilezza? Questo mi fa riflettere su quanto stiamo perdendo come comunità.
Tuttavia, credo che la soluzione non sia arrendersi. Il testo suggerisce che i colti e i ben educati “devono parlare di meno”. Ma io mi chiedo: è davvero questa la strada? Forse, il punto non è parlare di meno, ma parlare meglio.
Non dobbiamo confondere l’umiltà con il silenzio passivo. La vera umiltà è saper ascoltare, ma anche avere il coraggio di rispondere con fermezza e gentilezza. Non dobbiamo abbassare la nostra voce, ma alzare il livello del confronto. Dobbiamo usare la nostra cultura e la nostra educazione non per isolarci, ma per costruire ponti, per educare al rispetto.
Concludo dicendo che non dobbiamo aver paura di essere colti, educati e di buon senso. Dobbiamo rivendicare la nostra voce. Perché la vera forza di una società non sta nell’aggressività di pochi, ma nella capacità di tutti di convivere civilmente.

LA CROCE, ESPRESSIONE DELL’AMORE

Oggi vorrei riflettere con voi su un simbolo che, per i cristiani, riassume tutta la fede: la croce. La croce non è semplicemente un oggetto religioso o un gioiello. È il simbolo dei cristiani, il segno di un amore che arriva fino al dono totale di sé.
Non possiamo pensare Gesù senza la croce. La sua vita, le sue parole, i suoi gesti di misericordia trovano sulla croce il punto più alto. Lì vediamo un amore che non si arrende davanti al dolore, che non risponde al male con il male, ma perdona. Per questo la croce non è solo strumento di morte: è diventata per noi albero di vita, porta di speranza.

A partire da questa esperienza, il perdono assume un volto concreto. Perdonare non significa dimenticare il male ricevuto, né dire che non è importante. Perdonare riguarda la cura delle persone: significa liberare il cuore dal rancore, cercare la guarigione delle ferite, ricostruire ciò che è rotto. È un amore che soffre, perché il perdono costa; ma è anche l’eroismo dell’amore, perché sceglie il bene anche quando sarebbe più facile odiare.

Personalmente, quando faccio il segno della croce, non compio un gesto automatico. È un riconoscimento della comunità religiosa cristiana: mi ricorda che appartengo a una famiglia di credenti, che professa il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il segno della croce è come una piccola professione di fede quotidiana: mi segna la fronte, il cuore, le spalle, e mi affida a Dio.

Nella mia esperienza, la croce è espressione dell’amore. Non è un simbolo di tristezza, ma di donazione. Mi insegna che amare non è solo provare sentimenti buoni; è servire, ascoltare, perdonare, restare vicino a chi soffre. Ogni volta che vedo una croce, sorge in me la domanda: sto amando come Cristo? Sto curando le persone o le sto giudicando? Sto portando la mia croce con pazienza e con speranza?
Concludo con una riflessione. La croce ci ricorda che l’amore vero passa attraverso la sofferenza, ma non finisce in essa. Chi ama sul serio sa perdonare; chi perdona sa prendersi cura; chi si prende cura rende visibile Dio. Per questo, per i cristiani, la croce non è un segno di sconfitta, ma la più grande espressione dell’amore.

Decidere con i dati, non alla cieca

Parlo come cittadino, non come tecnico o politico. Pago le tasse, uso i servizi, leggo i bandi, aspetto le opere pubbliche. E da questa posizione vedo una cosa semplice: la competenza amministrativa non è un lusso. È la capacità di leggere i dati, fare valutazione tecnica, programmare e spendere. Senza queste quattro gambe, anche il progetto più bello resta fermo.

Oggi molte opportunità arrivano da fondi europei, PNRR, bandi regionali. Per realizzare un progetto finanziato non basta conoscere le norme. Serve saper costruire un quadro economico, rispettare i cronoprogrammi, rendicontare, monitorare, spendere entro le scadenze. Sono competenze spesso diverse da quelle giuridiche. Il giurista dice se una cosa si può fare. Il buon amministratore dice come farla, con quali risorse, in quanto tempo, con quali risultati. Se manca questa seconda parte, il finanziamento si perde. E il cittadino non vede né l’opera né il servizio.

Ma c’è un punto ancora più delicato: la fiducia tra politica e dirigente dell’amministrazione pubblica. Se la politica non si fida del dirigente, tende a decidere da sola. Se il dirigente non si fida della politica, si chiude nella difesa formale. In mezzo, spariscono i dati e le informazioni. Si assumono decisioni senza numeri, senza valutazioni tecniche, senza una vera programmazione. Si decide sull’onda del titolo, del like, dell’emergenza mediatica. E la burocrazia, dal canto suo, può rallentare tutto con atteggiamenti difensivi. Così i tempi della politica mediatica e i tempi della burocrazia non si incontrano: producono decisioni alla cieca.

Da cittadino, non chiedo che la politica diventi tecnica e nemmeno che la burocrazia diventi politica. Chiedo un patto di fiducia e competenza. La politica indichi le priorità e assuma la responsabilità delle scelte. I dirigenti dicano con chiarezza cosa è fattibile, con quali dati e quali costi. Insieme rendicontino al cittadino: obiettivi, tempi, spese, risultati. Dati aperti, tavoli stabili, responsabilità chiare.

Perché se politica e amministrazione non si parlano, a rimetterci non è solo un progetto. È la fiducia nelle istituzioni. E il cittadino paga due volte: con le tasse e con la delusione.